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Conseggio ligure

Grammatica del genovese: XV. Cenni sulla formazione delle parole

Di Fiorenzo Toso.
Pe-o momento o contegnuo de sta pagina o l’é à dispoxiçion solo che in lengua italiaña. Pe propòste de collaboraçion in sciâ traduçion da mæxima sciâ peuan scrivine à l’adresso info@conseggio-ligure.org.
  1. Il lessico di qualsiasi lingua o dialetto si arricchisce di continuo in due modi:

    1. assumendo parole di provenienza straniera (che possono essere non adattate, mantenendo in tutto o in parte le caratteristiche grafiche, fonetiche o morfologiche della lingua di provenienza);

    2. creando nuove parole da una base lessicale già esistente, secondo particolari processi formativi.

  2. Soltanto il secondo meccanismo interessa la grammatica. Nell’ambito della formazione di parole nuove, si possono distinguere i seguenti procedimenti:

    1. la suffissazione consiste nel modificare una base mediante un affisso che segua la base stessa (suffisso): naçion [naˈsjuŋ] ‘nazione’ → naçionale [nasjuˈnaːle]naçionalizzâ [nasjunaliˈzaː] ‘nazionalizzare’;

    2. l’alterazione è una forma di suffissazione mediante la quale il significato della parola non muta nella sua sostanza, ma soltanto per alcuni particolari aspetti (quantità, qualità, giudizio del parlante, ecc.): casa [ˈkaːza] ‘casa’ → casetta [kaˈzetˑa] ‘casetta’, casussa [kaˈzysˑa] ‘casaccia’;

    3. la prefissazione avviene mediante un affisso che precede la base modificata (prefisso): feliçe [feˈliːse] ‘felice’ infeliçe [iŋfeˈliːse] ‘infelice’;

    4. le formazioni parasintetiche hanno luogo con parole che utilizzano contemporaneamente il meccanismo della prefissazione e della suffissazione partendo da una base nominale o aggettivale: barca [ˈbarka] ‘barca’ → desbarcâ [dezbarˈkaː] ‘sbarcare’;

    5. la composizione si verifica attraverso la contaminazione di due o più parole distinte che danno vita a una parola nuova: cascia [ˈkaʃˑa] ‘cassa’ + fòrte [ˈfɔːrte] ‘forte’ → casciafòrte [ˌkaʃaˈfɔːrte] ‘cassaforte’.

    Nei suffissati e negli alterati la vocale finale della parola si elide davanti alla vocale iniziale dell’affisso; tuttavia la vocale non si elide quasi mai quando la parola di base è accentata sull’ultima sillaba: frïtâ [friːˈtaː] ‘frittata’ → frïtaetta [friːtaˈetˑa] ‘frittatina’: in questo caso può verificarsi piuttosto contrazione (cfr. XV.33.).

  3. Due fattori concorrono a determinare la formazione di parole nuove:

    1. la motivazione: il fatto che sia possibile un certo rapporto formale tra due parole non basta per innescare un processo di derivazione. È necessario quindi che il rapporto intercorrente tra base e derivato sia motivabile: gatto [ˈgatˑu] ‘gatto’ → gattin [gaˈtiŋ] ‘gattino’, ‘piccolo gatto’;

    2. l’analizzabilità da parte del parlante di un qualsiasi derivato o composto, ossia la possibilità di individuarne i componenti.

Suffissazione

  1. I suffissi si possono classificare in base al tipo di parola che concorrono a formare: una divisione molto generica consente di distingure suffissi nominali (che oltre ai nomi possono danno origine ad aggettivi), avverbiali (cfr. XII) e suffissi verbali.

  2. Nel passaggio da una base a un derivato possono intervenire alcune modificazioni fonetiche nella consonante finale della parola (sapiente [saˈpjɛŋte] ‘sapiente’ → sapiensa [saˈpjɛŋsa] ‘sapienza’) o per l’alternanza tra dittongo e vocale semplice (borgheise [burˈgejze] ‘borghese’ → borghexia [burgeˈʒiːa] ‘borghesia’).

Esamineremo adesso i principali suffissi tuttora produttivi del genovese (per i suffissi di sostantivi e aggettivi numerativi cfr. VI), soffermandoci soprattutto sui più diffusi e di antica presenza nell’idioma.

Suffissi nominali

  1. ⟨-â⟩ (femminile ⟨-æa⟩): forma ad esempio nomi di mestieri (speçia [ˈspesˑja] ‘spezia’ → speçiâ [speˈsjaː] ‘farmacista’, buttega [byˈteːga] ‘negozio’ → büttegâ [byteˈgaː] ‘negoziante’), nomi di luogo con richiamo a un sostantivo di base (scimixa [ˈʃimiʒa] ‘cimice’ → scimixâ [ʃimiˈʒaː] ‘cimiciaio’); in voci di origine dotta si presenta nella forma ⟨-äio⟩ (femminile ⟨-äia⟩) come in segretäio [segreˈtaːju] ‘segretario’, ordenäio [ɔrdeˈnaːju] ‘ordinario’ ecc. (in questo esito sono confluiti per analogia anche toscanismi schietti come operäio [upeˈraːju] ‘operaio’); piuttosto isolata la forma ⟨-aro⟩ di notaro [nuˈtaːru] ‘notaio’;

  2. ⟨-â⟩: dal suffisso -ata latino, per indicare una quantità (cassâ [kaˈsaː] ‘mestolata’), un tipo di percossa (baccâ [baˈkaː] ‘bastonata’, ecc.); esistono due varianti di origine colta, ⟨-adda⟩, con funzioni analoghe alla forma popolare (vergadda [verˈgadˑa] ‘bastonata’) e ⟨-ata⟩, con sfumatura peggiorativa (frusciata [fryˈʃaːta] ‘seccatura’); dalla forma maschile ⟨-ou⟩ si sono formati aggettivi sostantivati come pæntou [pɛŋˈtɔw] ‘cognome’;

  3. ⟨-â⟩ (femminile ⟨-æa⟩): dal suffisso -ale latino, forma sostantivi come diâ [diˈaː] ‘ditale’, messâ [meˈsaː] ‘messale’ e aggettivi come mortâ [murˈtaː] ‘mortale’, prinçipâ [priŋsiˈpaː] ‘principale’; la variante dotta ⟨-ale⟩ ha dato origine a molte parole in gran parte mutuate dall’italiano;

  4. ⟨-â⟩ (femminile ⟨-æa⟩): dal suffisso latino ⟨-are⟩ in aggettivi come particolâ [partikuˈlaː] ‘particolare’; la variante dotta ⟨-are⟩ ha dato origine a molte parole in gran parte mutuate dall’italiano;

  5. ⟨-ægo⟩ (femminile ⟨-æga⟩): la derivazione è riconoscibile ad esempio in romito [ruˈmiːtu] ‘romito’ → romitægo [rumiˈtɛːgu] ‘eremitaggio’; della stessa origine (lat. -aticu) è il suffisso di derivazione francese ⟨-aggio⟩, assai produttivo anche per influsso dell’italiano (persoña [perˈsuŋˑa] ‘persona’ → personaggio [persuˈnadʒˑu] ‘personaggio’; camallo [kaˈmalˑu] ‘facchino’ → camallaggio [kamaˈladʒˑu] ‘azione del facchino’);

  6. ⟨-aieu⟩ (femminile ⟨-aieua⟩): come in rattaieu [rataˈjøː] ‘trappola per topi’, da ratto [ˈratˑu] ‘topo’;

  7. ⟨-aggia⟩: dove è riconoscibile la derivazione ha valore spregiativo: gentaggia [dʒeŋˈtadʒˑa] ‘gentaglia’, buscaggia [byˈskadʒˑa] ‘scheggia di nessuna utilità’, lavaggia [laˈvadʒˑa] ‘minestra slavata’;

  8. ⟨-agno⟩: come in tæra [ˈtɛːra] ‘terra’ → terragno [teˈraɲˑu] ‘legato alla terra’;

  9. ⟨-amme⟩: ha valore collettivo-spregiativo in frecciamme [freˈtʃamˑe] ‘ferri vecchi’, legnamme [leˈɲamˑe] ‘legname’; cfr. anche battosamme [batuˈzamˑe] ‘gruppo di monelli’ o ‘singolo monello’, come figgioamme [fiˈdʒwamˑe] ‘ragazzino’;

  10. ⟨-an⟩ (femminile ⟨-aña⟩): forma aggettivi a partire da sostantivi (paisan [pajˈzaŋ] ‘contadino’) e in particolare aggettivi etnici (italian [itaˈljaŋ] ‘italiano’, american [ameriˈkaŋ] ‘americano’);

  11. ⟨-ansa⟩, ⟨-ensa⟩: formano sostantivi astratti da verbi o aggettivi (abbondansa [abuŋˈdaŋsa] ‘abbondanza’, presensa [preˈzeŋsa] ‘presenza’, ecc.);

  12. ⟨-ante⟩: risale al participio presente latino, che in genovese è caduto in disuso, originando solo forme sostantivate come cantante [kaŋˈtaŋte], bagnante [baˈɲaŋte] ‘bagnante’ ecc.;

  13. ⟨-ardo⟩: la derivazione è riconoscibile ad esempio in böxia [boːˈʒiːa] ‘bugia’ böxardo [boːˈʒardu] ‘bugiardo’; di raro impiego negli aggettivi etnici (steiardo [steˈjardu] ‘abitante di Stella’);

  14. ⟨-asco⟩ (femminile ⟨-asca⟩): forma aggettivi etnici da nomi geografici: riveasco [riveˈasku] ‘rivierasco’, cevasco [tʃeˈvasku] ‘pievese’, monegasco [muneˈgasku] ‘monegasco’, ponçeviasco [puŋseˈvjasku] ‘polceverasco’;

  15. ⟨-asso⟩ (femminile ⟨-assa⟩): ha significato accrescitivo come in cotellasso [kuteˈlasˑu] ‘coltellaccio’, cagnasso [kaˈɲasˑu] ‘cagnaccio’, spesso con una sfumatura peggiorativa;

  16. ⟨-astro⟩ (femminile ⟨-astra⟩): l’originaria funzione peggiorativa è riconoscibile ad esempio in fræastro [frɛːˈastru] ‘fratellastro’, e in formazioni di carattere per lo più scherzoso come mëgastro [meːˈgastru] ‘cattivo medico’;

  17. ⟨-axo⟩ (femminile ⟨-axa⟩): come in veo [vˈeːu] ‘vero’ → veaxo [veˈaːʒu] ‘verace’;

  18. ⟨-axon⟩: cfr. tremmâ [treˈmaː] ‘tremare’ → tremmaxon [tremaˈʒuŋ] ‘tremore’; stessa origine (latino -tione) ha il semidotto ⟨-açion⟩ di spedî [speˈdiː] ‘spedire’ → spediçion [spediˈsjuŋ] ‘spedizione’;

  19. ⟨-ê⟩ (femminile ⟨-ea⟩): ad esempio in nomi di mestiere (barbê [barˈbeː] ‘barbiere’, perrucchê [peryˈkeː] ‘parrucchiere’, inzegnê [iŋzeˈɲeː] ‘ingegnere’), in sostantivi di vario tipo (ad esempio recipienti: succhea [syˈkeːa] ‘zuccheriera’), aggettivi (mattinê [matiˈneː] ‘mattiniero’); abbastanza isolati esiti come cavaggeo [kavadˈʒeːu] ‘cavaliere’;

  20. ⟨-eise⟩: forma essenzialmente aggettivi etnici da nomi geografici: zeneise [zeˈnejze] ‘genovese’, franseise [fraŋˈsejze] ‘francese’, milaneise [milaˈnejze] ‘milanese’;

  21. ⟨-eive⟩: in aggettivi come abboccheive [abuˈkejve] ‘abboccabile’, gusteive [gysˈtejve] ‘piacevole’; più produttiva è la variante di origine dotta ⟨-ibile⟩ di poscibile [puˈʃibile] ‘possibile’; origine dotta ha pure ⟨-abile⟩ di amabile [aˈmabile] ‘amabile’, ballabile [baˈlabile] ‘ballabile’;

  22. ⟨-ello⟩ (femminile ⟨-ella⟩): l’originario valore diminutivo non è sempre riconoscibile (agnello [aˈɲelˑu] ‘agnello’, ciavello [tʃaˈvelˑu] ‘foruncolo’), ma cfr. bocchella [buˈkɛlˑa] ‘boccuccia’; quando è unito direttamente a una vocale, il suffisso presenta l’allungamento di ⟨e⟩ e la conseguente perdita dell’intensità apparente di ⟨l⟩: bertoelo [berˈtweːlu] ‘garzuolo’: tale fenomeno è oggi in regresso, e si sente comunemente anche bertoello [berˈtwelˑu];

  23. ⟨-enco⟩: più diffuso nei dialetti liguri del Ponente, viene sporadicamente usato per indicare provenienza geografica: mainenco [majˈneŋku] ‘della marina’;

  24. ⟨-engo⟩: forma in particolare aggettivi derivati da nomi di mesi: luggengo [lyˈdʒeŋgu] ‘lugliatico’, mazzengo [maˈzeŋgu] ‘di maggio’;

  25. ⟨-essa⟩: serve per lo più a creare parole astratte da aggettivi, come bello [ˈbɛlˑu] ‘bello’ → bellessa [beˈlesˑa] ‘bellezza’, ricco [ˈrikˑu] ‘ricco’ → ricchessa [riˈkesˑa] ‘ricchezza’; della stessa origine (latino -itia) la forma semidotta ⟨-içia⟩ in giusto [ˈdʒystu] ‘giusto’ → giustiçia [dʒysˈtisˑja] ‘giustizia’;

  26. ⟨-essa⟩: forma il femminile di alcune parole: prinçipessa [priŋsiˈpesˑa], ducchessa [dyˈkesˑa] ‘duchessa’, tendendo a sovrapporsi, per influsso italiano, su derivazioni più genuine (professoessa [prufeˈswesˑa] ‘professoressa’ in luogo di professoa [prufeˈsuːa]);

  27. ⟨-esso⟩ (femminile ⟨-essa⟩): in aggettivi derivati da verbi: levaesso [levaˈesˑu] ‘facile a togliersi’, stoccaesso [stukaˈesˑu] ‘facile a rompersi’, che possono presentarsi anche nella forma con contrazione tra ⟨a⟩ + ⟨e⟩ (stoccæso [stuˈkɛːsu], mangiæso [maŋˈdʒɛːsu] ‘mangereccio’);

  28. ⟨-etto⟩ (femminile ⟨-etta⟩): è il suffisso più usato per formare diminutivi: ughetta [yˈgetˑa] ‘uvetta’, porchetto [purˈketˑu] ‘porcellino’, boschetto [busˈketˑu] ‘boschetto’, sacchetto [saˈketˑu] ‘sacchetto’ ecc.; quando si unisce a una vocale precedente, quest’ultima provoca l’allungamento della ⟨-e-⟩ e la perdita dell’apparente intensità della ⟨t⟩ (se la vocale è ⟨-a-⟩ si verifica anche contrazione): scignoëto [ʃiˈɲwe:tu] ‘signorotto’, scioëta [ˈʃweːta] ‘fiorellino’, disnæto [dizˈnɛːtu] ‘pranzetto’; nell’evoluzione più recente, tuttavia, tale fenomeno è in regresso, e si sente quindi frïtaetta [friːtaˈetˑa] ‘frittatina’, scösaetto [skoːsaˈetˑu] ‘grembiulino’; frequente è l’incontro con l’altro suffisso ⟨-in⟩ per accentuare la connotazione diminutiva e attribuire al sostantivo una connotazione vezzeggiativa: fantettiña [faŋteˈtiŋˑa] ‘bambinella’;

  29. ⟨-eu⟩ (femminile ⟨-eua⟩): il valore diminutivo si riconosce in figgio [ˈfidʒˑu] ‘figlio’ → figgeu [fiˈdʒøː] ‘figliolo’; in unione all’altro suffisso latino -ariu contribuisce talvolta a creare nomi di mestieri (cäçinaieu [kaːsiˈnajˑø] ‘calcinaio’, barcaieu [barkaˈjøː] ‘barcaiolo’); il valore diminutivo è ben presente nei composti in -aceu come ventixeu [veŋtiˈʒøː] ‘venticello’, portixeu [purtiˈʒøː] ‘porticciolo’, ortixeu [ortiˈʒøː] ‘orticello’; una forma di influsso italiano, poco produttiva, è ⟨-aròllo⟩ (pesciaròllo [peʃaˈrɔlˑu] ‘pescivendolo’, scherzoso);

  30. ⟨-ezzo⟩: forma in genere sostantivi con valore collettivo derivati da altri sostantivi (bruttezzo [bryˈtezˑu] ‘sporcizia’, carrossezzo [karuˈsezˑu] ‘carrozzata carnevalesca’); molto produttiva è oggi, anche per influsso italiano, la forma d’origine francese ⟨-eggio⟩;

  31. ⟨-î⟩ in sostantivi come arvî [arˈviː] ‘aprile’ e in aggettivi come gentî [dʒeŋˈtiː] ‘gentile’; la variante dotta ⟨-ile⟩ ha dato origine a diversi aggettivi, per lo più mutuati dall’italiano; campanî [kaŋpaˈniː] ‘campanile’ presenta una variante campanin [kaŋpaˈniŋ] in cui il suffisso è stato adeguato al più diffuso ⟨-in⟩;

  32. ⟨-ia⟩: nella creazione di sostantivi astratti: mouto [ˈmɔwtu] ‘malato’ → mouttia [mɔwˈtiːa] ‘malattia’; in unione con i derivati dall’altro suffisso latino -aria dà vita alle parole in ⟨-aia⟩ (con accento ritratto): ostaia [osˈtajˑa] ‘osteria’, porcaia [purˈkajˑa] ‘porcheria’, speçiaia [speˈsjajˑa] ‘farmacia’, ecc.

  33. ⟨-in⟩ (femminile ⟨-iña⟩): forma aggettivi da sostantivi (molti dei quali diventano poi sostantivi), e in particolare aggettivi etnici (vôtrin [vuːˈtriŋ] ‘voltrese’, sestrin [sesˈtriŋ] ‘sestrese’), e dà origine a diminutivi come gattin [gaˈtiŋ] ‘gattino’, pessin [peˈsiŋ] ‘piedino’, magniña [maˈɲiŋˑa] ‘manina’, Giacomin [dʒakuˈmiŋ] ‘Giacomino’, ecc.

  34. ⟨-ismo⟩: indica ad esempio una ideologia, una corrente di pensiero (comunismo [kumyˈnizmu] ‘comunismo’), ma si veda anche lo scherzoso bellinismo [beliˈnizmu] ‘stupidaggine’; più genuina la forma in ⟨-eximo⟩ di crestianeximo [krestjaˈneːʒimu] ‘cristianesimo’;

  35. ⟨-ista⟩: si riferisce per lo più a mestieri o ad appartenenza politica (fughista [fyˈgista] ‘fochista’, fascista [faˈʃista] ‘fascista’;)

  36. ⟨-itto⟩ (femminile ⟨-itta⟩): di origine spagnola, molto frequente nella formazione di diminutivi dei nomi propri (Angelitto [aŋdʒeˈlitˑu] ‘Angelino’);

  37. ⟨-ixe⟩: forma termini astratti come gianco [ˈdʒaŋku] ‘bianco’ → gianchixe [dʒaŋˈkiːʒe] ‘bianchezza’;

  38. ⟨-mento⟩: forma nomi derivati da verbi che indicano il completamento dell’azione: raxonamento [raʒunaˈmeŋtu] ‘ragionamento’, zuamento [zɥaˈmeŋtu] ‘giuramento’, ecc.;

  39. ⟨-ô⟩ (femminile ⟨-oa⟩): forma parole astratte come savô [saˈvuː] ‘sapore’, nomi di mestieri come direttô [direˈtuː] ‘direttore’, professô [prufeˈsuː] ‘professore’;

  40. ⟨-òllo⟩ (femminile ⟨-òlla⟩): ha valore diminutivo con sfumatura blandamente peggiorativa: zeneixòllo [zenejˈʒɔlˑu] ‘genovesuccio’, ponentòllo [puneŋˈtɔlˑu] ‘venticello di ponente’;

  41. ⟨-on⟩ (femminile ⟨-oña⟩): forma tra l’altro aggettivi e sostantivi da sostantivi, spesso con riferimento a una qualità fisica (panson [paŋˈsuŋ] ‘pancione’) o morale (invexendon [iŋveʒeŋˈduŋ] ‘confusionario’), sostantivi da verbi (sponcion [spuŋˈtʃuŋ] ‘spinta’) e ha soprattutto un valore accrescitivo: libbron [liˈbruŋ] ‘librone’; in questo caso, le parole femminili possono assumere anche la forma maschile (caregoña [kareˈguŋˑa] e caregon [kareˈguŋ] ‘grossa sedia’);

  42. ⟨-oso⟩ (femminile ⟨-osa⟩): forma aggettivi da nomi con riferimento alla qualità (erboso [erˈbuːzu] ‘erboso’, ægoso [ɛːˈguːzu] ‘acquoso’, angoscioso [aŋguˈʃuːzu] ‘noioso’, coæoso [kweːˈuːzu] ‘voglioso’);

  43. ⟨-òsso⟩ (femminile ⟨-òssa⟩): in sostantivi come figgiòssa [fiˈdʒɔsˑa] ‘figlioccia’ è ancora riconoscibile la derivazione da figgio [ˈfidʒˑu] ‘figlio’;

  44. ⟨-òtto⟩ (femminie ⟨-òtta⟩): quando è riconoscibile una funzione semantica, ha in genere funzione diminutiva e vezzeggiativa come in zoenòtto [zweˈnɔtˑu] ‘giovanotto’, che è ancora produttiva (dentexòtto [deŋteˈʒɔtˑu] ‘un bel dentice’); ricorre anche in qualche aggettivo etnico (corniggiòtto [kurniˈdʒɔtˑu] ‘corniglianese’);

  45. ⟨-ou⟩ (femminile ⟨-euia⟩): forma sostantivi derivati da verbi (spesso nomi di mestieri) come pescou [pesˈkɔw] ‘pescatore’, remmou [reˈmɔw] ‘rematore’ ecc.; semidotta la variante ⟨-adô⟩, come in trovadô [truvaˈduː] ‘trovatore’, cantadô [kaŋtaˈduː] ‘canterino’; assai produttiva è anche la variante dotta ⟨-atô⟩, in parole come contatô [kuŋtaˈtuː] ‘contatore’, bruxatô [bryʒaˈtuː] ‘bruciatore’, ecc.;

  46. ⟨-tæ⟩: per sostantivi astratti derivati da aggettivi come onestæ [unesˈtɛː] ‘onestà’, façilitæ [fasiliˈtɛː] ‘facilità’;

  47. ⟨-tù⟩ per sostantivi astratti derivati da aggettivi come scciavitù [ʃtʃaviˈtyː] ‘schiavitù’;

  48. ⟨-ua⟩: per formare sostantivi astratti come scrittua [skrityːa] ‘scrittura’; dal suffisso latino ampliato -atura è derivato per via diretta il genovese ⟨-euia⟩ (meneuia [meˈnøjˑa] ‘seccatura’), al quale si sono aggiunti i semidotti ⟨-adua⟩ (boggidua [budʒiˈdyːa] ‘bollitura’), ⟨-atua⟩ (seccatua [sekaˈtyːa] ‘seccatura’);

  49. ⟨-ucco⟩ (femminile ⟨-ucca⟩): la suffissazione con valore peggiorativo è ancora riconoscibile in parole come tarlucco [tarˈlykˑu] ‘ignorante’ (da tarlo [ˈtarlu] ‘tarlo’, con corrispondenza semantica con l’italiano bacato);

  50. ⟨-umme⟩: conserva un senso spregiativo in sostantivi derivati da aggettivi, come fäsumme [faːˈsymˑe] ‘persona falsa, disonesta’, scarsumme [skarˈsymˑe] ‘avaraccio’, bagnumme [baˈɲymˑe] ‘suolo bagnato, umido’;

  51. ⟨-uo⟩ (femminile ⟨-ua⟩): desinenza dei participi passati, usata anche per aggettivi e sostantivi derivati da nomi (cornuo [kurˈnyːu] ‘cornuto’, porpuo [purˈpyːu] ‘polposo’), o da verbi (refuo [reˈfyːu] ‘rifiuto’, saluo [saˈlyːu] ‘saluto’);

  52. ⟨-usso⟩ (femminile ⟨-ussa⟩): ha valore spregiativo e peggiorativo come in ommusso [ɔˈmysˑu] ‘omaccio’, cagnusso [kaˈɲysˑu] ‘cagnaccio’, donnussa [dɔˈnysˑa] ‘donnaccia’;

Suffissi verbali

  1. ⟨-assâ⟩, ⟨-ussâ⟩, ⟨-issâ⟩: attribuiscono al verbo un significato intensivo o ripetitivo, come in spuassâ [spɥaˈsaː] ‘sputacchiare’, taggiussâ [tadʒyˈsaː] ‘tagliuzzare’, nastussâ [nastyˈsaː] ‘annusare ripetutamente’ (da annastâ [anasˈtaː]‘annusare’);

  2. ⟨-attâ⟩, ⟨-ettâ⟩: con significato attenuativo o ripetitivo, come in xuattâ [ʒɥaˈtaː] ‘svolazzare’, cantettâ [kaŋteˈtaː] ‘canticchiare’, ecc.

  3. ⟨-egâ⟩, ⟨-igâ⟩, ⟨-ugâ⟩: rafforzano il significato di base in giasciugâ [dʒaʃyˈgaː] ‘biascicare’, spantegâ [spaŋteˈgaː] ‘spargere’, ecc.;

  4. ⟨-ellâ⟩: ha valore diminutivo e attenuativo: spitoellâ [spitweˈlaː] ‘raccogliere sommariamente le olive’ (da spitoâ [spiˈtwaː] ‘raccogliere le olive’, spiscioellâ [spiʃweˈlaː] ‘scaturire appena’ (da spiscioâ [spiˈʃwaː] ‘scaturire’);

  5. ⟨-ezzâ⟩: quando è riconoscibile un significato particolare, ha un senso fondamentalmente ripetitivo, come in parpezzâ [parpeˈzaː] ‘palpeggiare’, bottezzâ [buteˈzaː] ‘saltellare’, lampezzâ [laŋpeˈzaː] ‘lampeggiare’, ecc.; più vitale è oggi ⟨-izzâ⟩ di origine greca e spesso di influsso italiano;

  6. ⟨-iggiâ⟩, ⟨-aggiâ⟩: hanno funzione ripetitiva come in roziggiâ [ruziˈdʒaː] ‘rosicchiare’, ponziggiâ [puŋziˈdʒaː] ‘punzecchiare’, spennaggiâ [spenaˈdʒaː] ‘spennare’; tombiggiâ [tuŋbiˈdʒaː] ‘sonnecchiare’;

  7. ⟨-inâ⟩, ⟨-onâ⟩: attenuano talvolta il significato di base, come in sponcionâ [spuŋtʃuˈnaː] ‘dare piccole spinte’, sbragginâ [zbradʒiˈnaː] ‘sgridare blandamente’;

  8. ⟨-uccâ⟩: con valore attenuativo in taggiuccâ [tadʒyˈkaː] ‘tagliuzzare’.

Particolarità

  1. Quando provocano alterazione, i suffissi (accrescitivi, diminutivi, vezzeggiativi ecc.) sono cumulabili: libbrettin [libreˈtiŋ] ‘libriccino’, libbrettinetto [libretiˈnetˑu] ‘piccolo libriccino’, panson [paŋˈsuŋ] ‘pancione’, pansonusso [paŋsuˈnysˑu] ‘grosso pancione’.

  2. Non ha particolare significato, salvo un generico valore intensivo ed espressivo, il suffisso ⟨-e⟩, di larghissimo uso, che viene posposto alle parole soprattutto quando, per motivi eufonici, si voglia evitare di concludere un discorso con una parola accentata sull’ultima sillaba: o l’à cantou unna bella cansoñe [u l ˈa kaŋˈtɔw ˈina ˈbɛlˑa kaŋˈsuŋˑe] ‘ha cantato una bella canzone’; ti gh’ê anæto? - scì-e [ti g ˈe: aˈnɛ:tu - ˈʃi:e] ‘ci sei andato? - sì’; la ⟨-e⟩ paragogica non è frequente con le forme verbali tranne con i participi passati in ⟨-ou⟩: o gh’é passou-e [u g ˈe paˈsɔwˑe] ‘ci è passato’. Non si usa affatto con l'infinito.

Derivazioni senza suffisso

  1. Si tratta di derivazioni dai verbi che si verificano senza l’intervento di un suffisso, come in carego [ˈkaregu] ‘carico’ da caregâ [kareˈgaː] ‘caricare’, contezzo [kuŋˈtezˑu] ‘conteggio’ da contezzâ [kuŋteˈzaː] ‘conteggiare’, ondezzo [uŋˈdezˑu] ‘ondeggiamento’ da ondezzâ [uŋdeˈzaː] ‘ondeggiare’, ecc.

Prefissazione

  1. I prefissi precedono la parola di base e hanno in genere un significato autonomo riconoscibile.

Esemplificazione di prefissi tradizionalmente usati in genovese:

  1. ⟨a-⟩: nei verbi contribuisce ad esprimere l’avvio dell’azione, ma spesso non modifica in realtà il significato di base: addesciâ [adeˈʃaː] e desciâ [deˈʃaː] ‘svegliare’ sono in pratica sinonimi, e così accattâ [akaˈtaː] e cattâ [kaˈtaː] ‘comprare’, acciappâ [atʃaˈpaː] e ciappâ [tʃaˈpaː] ‘prendere’; in molti casi, contribuisce a formare verbi da sostantivi, come nel caso di accobbiâ [akuˈbjaː] ‘accoppiare’ da cobbia [ˈkubˑja] ‘coppia’ o di appaxentâ [apaʒeŋˈtaː] ‘rappacificare’ da paxe [ˈpaːʒe] ‘pace’, e in questi casi è abbastanza evidente il significato incoativo;

  2. ⟨bes-⟩, ⟨ber-⟩; indica il raddoppiamento del concetto o dell’azione (bescheuttâ [beskøˈtaː] ‘biscottare’), ma spesso non è più riconoscibile;

  3. ⟨con-⟩: esprime un concetto di unione o collaborazione, come in compagno [kuŋˈpaɲˑu] ‘compagno’, convegnî [kuŋveˈɲi:] ‘convenire’;

  4. ⟨contra-⟩: esprime una contrapposizione, come in contraddî [kuŋtraˈdiː] ‘contraddire’;

  5. ⟨de-⟩: implica un’idea di allontanamento ad esempio in verbi come deroccâ [deruˈkaː] ‘demolire’ (da ròcca [ˈrɔkˑa] ‘roccia’); deciarâ [detʃaˈraː] ‘dichiarare’, ecc.;

  6. ⟨des-⟩, ⟨der-⟩: indica allontanamento dallo stato preesistente: despontâ [despuŋˈtaː] ‘sbottonare’, desbarcâ [dezbarˈkaː] ‘sbarcare’, destanâ [destaˈnaː] ‘stanare’, desgusto [dezˈgystu] ‘dispiacere’, ecc.;

  7. ⟨in-⟩: sottolinea l’inizio di un’azione come in inluminâ [iŋlymiˈnaː] ‘illuminare’, incallâse [iŋkaˈlaːse] ‘osare’, infiâse [iŋˈfjaːse] ‘infilarsi’, inandio [iˈnaŋdju] ‘principio’; altrimenti segnala privazione, come in inconscistensa [inkuŋʃisˈteŋsa] ‘inconsistenza’;

  8. ⟨mä-⟩: sottolinea una qualità negativa, come in mäfiaddo [maːˈfjadˑu] ‘diffidente’;

  9. ⟨re-⟩: segnala la ripetitività del concetto o dell'azione, come in repessâ [repeˈsaː] ‘rammendare’, reciummâ [retʃyˈmaː] ‘ripiumare’, e in sostantivi derivati come resato [reˈsaːtu] ‘soprassalto’, ecc.; talvolta il significato non è più riconoscibile, come in refuâ [reˈfɥaː] ‘rifiutare’, refuo [reˈfyːu] ‘rifiuto’, recanto [reˈkaŋtu] ‘angolo’;

  10. ⟨s-⟩: indica derivazione o asportazione e dà talvolta una connotazione ripetitiva alla parola: spellâ [speˈlaː] ‘spellare’, scciannâ [ʃtʃaˈnaː] ‘spianare’; davanti a vocale compare nella forma ⟨sc(i)-⟩ di scerbâ [ʃerˈbaː] ‘diserbare’, e, in forme dotte, nella variante ⟨ex-⟩, che meglio corrisponde all’etimo, ad esempio in examinâ [eʒamiˈnaː] ‘esaminare’, exibî [eʒiˈbiː] ‘esibire’;

  11. ⟨stra-⟩: intensifica il significato della parola (stracheutto [straˈkøtˑu] ‘stracotto’), oppure le fa assumere l’idea di ‘cosa fuori dal comune, bizzarra’, come in straparlâ [straparˈlaː] ‘parlare a vanvera’;

Formazioni parasintetiche

  1. Risultano come si è visto dalla contemporanea affissione di prefissi e suffissi a una base nominale o aggettivale, e sono molto comuni (barca [ˈbarka]des-barc-â [dezbarˈkaː] ‘sbarcare’, bottiggia [buˈtidʒˑa]in-bottiggi-â [iŋbutiˈdʒaː] ‘imbottigliare’). Un tipo caratteristico del genovese, e largamente produttivo, consente la formazione di aggettivi in ⟨-ou⟩ con il prefisso ⟨a-⟩ da sostantivi, come in abbellinou [abeliˈnɔw] ‘stupido’, appatattou [apataˈtɔw] ‘che sa di patata’, astumagou [astymaˈgɔw] ‘stomacato’, abbollicoggiou [abulikuˈdʒɔw] ‘tonto’, affoinou [afwiˈnɔw] ‘furbo come una faina’, ecc.

Composizione

  1. È la formazione di nuove parole a partire dall’unione di due sostantivi, di un sostantivo e un aggettivo, di un sostantivo e un verbo ecc.: casciafòrte [ˌkaʃaˈfɔːrte] ‘cassaforte’, arrëzipeto [aˌreːziˈpeːtu] ‘reggiseno’, sciaccanoxe [ˌʃakaˈnuːʒe] ‘schiaccianoci’, galantòmmo [ˌgalaŋˈtɔmˑu] ‘gentiluomo’, ecc.