Consiglio per il patrimonio linguistico ligure

Consiglio ligure

Grammatica del genovese: V. L’aggettivo

Di Fiorenzo Toso.
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Generalità

  1. L’aggettivo modifica il significato di un nome o di un’altra parte del discorso, dalla quale dipende dal punto di vista sintattico. Quasi tutti gli aggettivi sono dotati di flessione nel genere e nel numero, e concordano con il nome: un figgeu bello [iŋ fiˈdʒøː ˈbɛlˑu] ‘un bel bambino’, i chen neigri [i ˈkeŋ ˈnejɡri] ‘i cani neri’, e case neuve [e ˈkaːze ˈnøːve] ‘le case nuove’, e così via.

  2. Esistono due tipi di aggettivi:

    1. aggettivi qualificativi: esprimono una qualità specifica del nome al quale si riferiscono, e ne sottolineano l’aspetto, il colore, la forma, la dimensione, le qualità morali ecc.: unna tovaggia neuva [inˑa tuˈvadʒˑa ˈnøːva] ‘una tovaglia nuova’, un giachê gianco [iŋ dʒaˈkeː ˈdʒaŋku] ‘una giacca bianca’, de moen picciñe [de ˈmweŋ piˈtʃiŋˑe] ‘delle piccole mani’, e così via.

    2. aggettivi determinativi: precisano il ruolo del nome in rapporto a nozioni di appartenenza, consistenza numerica, quantità indefinita, posizione nello spazio. Si distinguono in possessivi, numerali cardinali e ordinali, dimostrativi, indefiniti, interrogativi. Degli aggettivi determinativi si parlerà insieme ai corrispondenti pronomi; gli aggettivi numerali verranno trattati in un capitolo a parte.

  3. Un tipo particolare di aggettivi è costituito dagli aggettivi di relazione; derivati da un nome (ad esempio legnoso [leˈɲuːzu] ‘legnoso’ da legno [ˈleɲˑu] ‘legno’, poioso [pwiˈuːzu] ‘pauroso’ da poia [ˈpwiːa] ‘paura’), essi mantengono una relazione semantica col nome dal quale derivano.

  4. Le funzioni degli aggettivi sono attributiva (in relazione con un sostantivo), predicativa (in unione col predicato nominale) e avverbiale (quando l’aggettivo modifica l’intero significato della frase attraverso il verbo).

Genere e numero dell’aggettivo qualificativo

  1. La flessione dell’aggettivo qualificativo è identica a quella del nome (cfr. III.6-53.), tranne le eccezioni seguenti:

  2. gli aggettivi in ⟨-ou⟩ (in genere participi passati usati aggettivalmente), hanno il plurale maschile in ⟨-æ⟩ invece che in ⟨-oei⟩: maschile singolare sciätou [ʃaːˈtɔw] ‘eccitato’, femminile singolare sciätâ [ʃaːˈtaː] ‘eccitata’, maschile e femminile plurale sciätæ [ʃaːˈtɛː] ‘eccitati’ e ‘eccitate’; desgraçiou [dezɡraˈsjɔw] ‘disgraziato’ / desgraçiâ [dezɡraˈsjaː] ‘disgraziata’ / desgraçiæ [dezɡraˈsjɛː] ‘disgraziati’ e ‘disgraziate’;

  3. l’aggettivo grande [ˈɡraŋde] ‘grande’ è regolarmente invariabile al femminile singolare, ma al plurale fa grendi [ˈɡreŋdi] ‘grandi’ al maschile e grende [ˈɡreŋde] ‘grandi’ al femminile. La forma elisa gran [ˈɡraŋ], maschile e femminile, fa al plurale gren [ˈɡreŋ], anch’essa forma invariabile per quanto riguarda il genere. Altri aggettivi plurali di questo tipo come tenti [ˈteŋti] e tente [ˈteŋte] da tanto [ˈtaŋtu] / tanta [ˈtaŋta] ‘tanto’, sono oggi disusati o restano in uso nelle parlate rurali.

Aggettivi invariabili

  1. Alcuni aggettivi rimangono invariabili nel genere e nel numero. Essi sono:

    1. [ˈpaː] ‘pari’ e despa [ˈdespa] ‘dispari’: un numero pâ [iŋ ˈnymeru ˈpaː] ‘un numero pari’, di numeri despa [di ˈnymeri ˈdespa] ‘dei numeri dispari’;

    2. alcuni aggettivi che indicano il colore: bleu [ˈbløː] ‘blu’, reusa [ˈrøːza] ‘rosa’, endego [ˈɛŋdeɡu] ‘indaco’ ecc., insieme alle coppie formate da nome e aggettivo, del tipo verde bottiggia [ˈvɛːrde buˈtidʒˑa] ‘verde bottiglia’, giano limon [ˈdʒaːnu liˈmuŋ] ‘giallo limone’, e così via.

Accordo dell’aggettivo qualificativo

  1. L’aggettivo concorda nel numero e nel genere con il nome al quale si riferisce: o can neigro [u ˈkaŋ ˈnejɡru] ‘il cane nero’ / a cagna neigra [a ˈkaɲˑa ˈnejɡra] ‘la cagna nera’ / i chen neigri [i ˈkeŋ ˈnejɡri] ‘i cani neri’ / e cagne neigre [e ˈkaɲˑe ˈnejɡre] ‘le cagne nere’; l’òmmo fòrte [l ˈɔmˑu ˈfɔːrte] ‘l’uomo forte’ / a dònna fòrte [a ˈdɔnˑa ˈfɔˑrte] ‘la donna forte’ / i òmmi fòrti [i ˈɔmˑi ˈfɔːrti] ‘gli uomini forti’ / e dònne fòrte [e ˈdɔnˑe ˈfɔːrte] ‘le donne forti’. Quando si riferisce a più nomi, occorre distinguere:

    1. se i nomi sono dello stesso genere, l’aggettivo concorda con essi nel genere al plurale: ò accattou un comò e un bancâ antighi [ˈɔ akaˈtɔw ŋ kuˈmɔ e ŋ baŋˈkaː aŋˈtiːɡi] ‘ho comprato un comò e una cassapanca antichi’;

    2. se i nomi sono di genere diverso, l’aggettivo assume il numero plurale e il genere maschile: son un òmmo e unna dònna ordenäi [ˈsuŋ in ˈɔmˑu e na ˈdɔnˑa ordeˈnaːi] ‘sono un uomo e una donna volgari’;

    3. quando un unico sostantivo plurale regge più di un aggettivo ciascun aggettivo si pone al plurale: son vestî vegi e frusti [ˈsuŋ vesˈtiː ˈveːdʒi e ˈfrysti] ‘sono abiti vecchi e logori’.

Posizione dell’aggettivo qualificativo

  1. L’aggettivo può trovarsi prima o dopo il nome, e generalmente è vicino ad esso: o Giacomo o gh’à unna bella casa [u ˈdʒakumu u ɡ ˈa na ˈbɛlˑa ˈkaːza] ‘Giacomo possiede una bella casa’; mettighe e braghe neigre [ˈmetˑiɡe e ˈbraːɡe ˈnejɡre] ‘mettigli i calzoni neri’; in altre combinazioni la posizione dell’aggettivo può variare; all’inizio della frase l’aggettivo svolge la funzione di predicato, che può portare all’ellissi del verbo ëse [ˈeːse] ‘essere’: bella, a crovata do Gioan [ˈbɛlˑa a kruˈvaːta du ˈdʒwaŋ] ‘(è) bella la cravatta di Giovanni’.

  2. La collocazione dell’aggettivo prima o dopo il nome non è casuale: nell’uso parlato, l’aggettivo è per lo più posposto, ma se precede il nome, l’aggettivo qualificativo indica una maggiore soggettività di giudizio in chi parla o scrive; aggettivi come bello [ˈbɛlˑu] ‘bello’, brutto [ˈbrytˑu] ‘brutto’, bon [ˈbuŋ] ‘buono’, grammo [ˈɡramˑu] ‘cattivo’, gròsso [ˈɡrɔsˑu] ‘grosso’, pöveo [ˈpɔːvɔw] [ˈpɔːvju] ‘povero’, se sono anteposti al sostantivo hanno un semplice valore descrittivo (unna bella cà [inˑa ˈbɛlˑa ˈkaː] ‘una bella casa’), se sono posposti hanno valore restrittivo, ossia hanno una funzione essenziale nella determinazione dell’oggetto di cui si parla: un can gròsso o mette de longo poia [iŋ ˈkaŋ ˈɡrɔsˑu u ˈmetˑe de ˈluŋɡu ˈpwiːa] ‘un cane grosso (e non piccolo) fa sempre paura’. L’aggettivo di relazione è sempre posposto al nome al quale si riferisce: da carne fiosa [da ˈkaːrne fiˈuːza] ‘della carne fibrosa’.

  3. Alcuni aggettivi qualificativi come bello [ˈbɛlˑu] ‘bello’, bon [ˈbuŋ] ‘buono’, erto [ˈɛːrtu] ‘alto’, fòrte [ˈfɔːrte] ‘forte’, grande [ˈɡraŋde] ‘grande’, seguo [seˈɡyːu] ‘sicuro’ e così via, possono essere usati indipendentemente dal loro effettivo significato per intensificare il concetto o l’immagine espressi dal nome: gh’ò inandiou un bello menestron [ɡ ˈɔ inaŋˈdjɔw iŋ ˈbɛlˑu meneˈstruŋ] ‘ho preparato per loro un bel minestrone’; ghe saiemo stæti unna dexeña boña de persoñe [ɡe saˈjeːmu ˈstɛːti na deˈʒeŋˑa ˈbuŋˑa de perˈsuŋˑe] ‘saremo stati una buona decina di persone’ (‘una decina abbondante’). Riferito a un participio, bello [ˈbɛlˑu] può indicare l’esaurimento dell’azione: semmo belli lesti [ˈsemˑu ˈbɛlˑi ˈlɛsti] ‘siamo pronti’, o anche, in senso figurato, ‘siamo completamente rovinati’.

L’aggettivo e il nome

  1. L’uso del nome come aggettivo può occasionalmente verificarsi in frasi del tipo o l’é tanto bestia ch’o no capisce ninte [u l ˈe ˈtaŋtu ˈbestja k u nu kaˈpiʃˑe ˈniŋte] ‘è così bestia (= stupido) che non capisce nulla’.

  2. Casi di sostituzione del nome con un aggettivo:

    1. aggettivi sostantivati in cui resta riconoscibile l’originaria funzione attributiva: o cado [u ˈkaːdu] ‘il caldo’ (ossia ‘una temperatura calda’), o freido [u ˈfrejdu] ‘il freddo’ (ossia ‘una temperatura fredda’), un vegio [iŋ ˈveːdʒu] ‘un vecchio’ (ossia ‘una persona vecchia’), e così via;

    2. aggettivo sostantivato maschile che sostituisce un nome astratto: o bon de l’articiòcca o l’é inte feugge [u ˈbuŋ de l artiˈtʃɔkˑa u l ˈe ŋte ˈfødʒˑe] ‘il buono (la parte buona, migliore) dei carciofi è rappresentato dalle foglie’;

    3. usi sostantivati dell’aggettivo nei quali si riconosce un’ellissi del nome: o l’é nasciuo into savoneise [u l ˈe naˈʃyːu ŋtu savuˈnejze] ‘è nato nel savonese’ (dove savoneise sottintende ‘territorio’, ‘regione’), o l’é de scinistra [u l ˈe de ʃiˈnistra] ‘è di sinistra’ (dove scinistra sottintende ‘ideologia’, ‘partito’, ecc.);

    4. uso sostantivato al plurale per indicare una categoria di individui: i ricchi e i pövei [i ˈrikˑi e j ˈpɔːvej] ‘i ricchi e i poveri’, ossia ‘le persone ricche e quelle povere’; analogo a quest’uso è quello dell’aggettivo sostantivato per determinare i nomi di popolo: i Zeneixi [i zeˈnejʒi] ‘i Genovesi’, i Italien [j italiˈeŋ] ‘gli Italiani’, e così via; al maschile singolare e accompagnato dall’articolo, l’aggettivo etnico può designare anche un idioma: o zeneise [u zeˈnejze] ‘il genovese’, o franseise [u fraŋˈsejze] ‘il francese’, l’italian [l itaˈljaŋ] ‘l’italiano’, e così via. L’aggettivo etnico sostantivato al singolare può indicare anche il tipo etnico: o zeneise o l’é serrou pe natua [u zeˈnejze u l ˈe seˈrɔw pe naˈtyːa] ‘i Genovesi sono diffidenti per natura’.

  3. L’aggettivo sostantivato si comporta in tutto e per tutto come un nome, e quindi può reggere un comune aggettivo qualificativo: o l’é un bello zoeno [u l ˈe ŋ ˈbɛlˑu ˈzweːnu] ‘è un bel giovane’.

I gradi dell’aggettivo

  1. Gli aggettivi qualificativi possono esprimere l’intensità della qualità posseduta dal nome attraverso tre gradi diversi:

    1. positivo, in cui la qualità è espressa senza particolare riferimento alla sua intensità: o Carlo o l’é bravo [u ˈkaːrlu u l ˈe ˈbraːvu] ‘Carlo è buono’;

    2. comparativo, quando la qualità viene paragonata con quella posseduta da un altro termine (o Carlo o l’é ciù bravo che o Mario [u ˈkaːrlu u l ˈe ˈtʃy ˈbraːvu ke u ˈmaːrju] ‘Carlo è più buono di Mario’), o con un’altra qualità posseduta dallo stesso soggetto (o Carlo o l’é ciù bravo che bello [u ˈkaːrlu u l ˈe ˈtʃy ˈbraːvu ke ˈbɛlˑu] ‘Carlo è più buono che bello’);

    3. superlativo, in cui la qualità viene espressa al massimo grado, sia in senso relativo che assoluto: o Carlo o l’é o ciù bravo de tutti [u ˈkaːrlu u l ˈe u ˈtʃy ˈbraːvu de ˈtytˑi] ‘Carlo è il più buono di tutti’; o Carlo o l’é braviscimo [u ˈkaːrlu u l ˈe braˈviʃˑimu] ‘Carlo è bravissimo’.

Grado comparativo

  1. Il grado comparativo dell’aggettivo mette in relazione due termini in base all’intensità di una qualità posseduta da entrambi nella stessa misura (a Luisa a l’é bella comme a Giña [a ˈlwiːza a l ˈe ˈbɛlˑa ˈkumˑe a ˈdʒiŋˑa] ‘Luisa è bella come Gina’, comparativo di uguaglianza), o in maniera diversa (a Luisa a l’é ciù bella che a Giña [a ˈlwiːza a l ˈe tʃy ˈbɛlˑa ke a ˈdʒiŋˑa] ‘Luisa è più bella di Gina’, comparativo di maggioranza; a Luisa a l’é meno bella che a Giña [a ˈlwiːza a l ˈe ˈmeːnu ˈbɛlˑa ke a ˈdʒiŋˑa] ‘Luisa è meno bella di Gina’, comparativo di minoranza).

  2. Il comparativo di maggioranza e quello di minoranza si formano aggiungendo gli avverbi ciù [ˈtʃy] ‘più’ e meno [ˈmeːnu] o ciù pöco [ˈtʃy ˈpɔːku] ‘meno’ all’aggettivo qualificativo. Il secondo termine di paragone è introdotto dalla congiunzione che [ke] ‘che’, o più raramente dalla preposizione de [de] ‘di’. Nell’uso comune, si tende a sostituire il comparativo di minoranza con quello di maggioranza, modificando l’aggettivo: o Gioan o l’é ciù piccin che o Domenego [u ˈdʒwaŋ u l ˈe ˈtʃy piˈtʃiŋ kɔw duˈmeneɡu] ‘Giovanni è più piccolo di Domenico’ vale ‘Giovanni è meno alto di Domenico’.

  3. Nel comparativo di uguaglianza il secondo termine di paragone è introdotto dall’avverbio comme [ˈkumˑe] ‘come’: a mæ camixa a l’é bella comme a tò [a ˈmɛː kaˈmiːʒa a l ˈe ˈbɛlˑa ˈkumˑe a ˈtɔ] ‘la mia camicia è bella come la tua’. Il comparativo di uguaglianza può anche essere reso, con una sfumatura enfatica, ponendo l’avverbio pægio [ˈpɛːdʒu] ‘ugualmente’ seguito dalla congiunzione che [ke] o dalla preposizione de [de] (o dalle sue forme articolate) prima del secondo termine di paragone: a mæ camixa a l’é bella pægio che a tò [a ˈmɛː kaˈmiːʒa a l ˈe ˈbɛlˑa ˈpɛːdʒu ke a ˈtɔ] ‘la mia camicia è bella quanto la tua’.

Grado superlativo

  1. Esprime al massimo livello possibile la qualità posseduta, in relazione ad altre grandezze, persone o cose (superlativo relativo), oppure in senso assoluto (superlativo assoluto).

  2. Nel superlativo relativo, come avviene nei gradi comparativi di maggioranza e minoranza, gli avverbi ciù [ˈtʃy] ‘più’ e meno [ˈmeːnu] ‘meno’ indicano la modificazione quantitativa dell’aggettivo, ma tali avverbi sono preceduti dall’articolo: o Carlo o l’é o ciù bravo de tutti [u ˈkaːrlu u l ˈe u ˈtʃy ˈbraːvu de ˈtytˑi] ‘Carlo è il più buono di tutti’, a Luisa a l’é a meno bella [a ˈlwiːza a l ˈe a ˈmeːnu ˈbɛlˑa] ‘Luisa è la meno bella’. Mentre i comparativi di maggioranza e di minoranza esprimono un paragone con un solo termine, il superlativo relativo ha come riferimento tutti i termini con i quali è possibile attuare un raffronto. Quando il secondo termine di riferimento è espresso, viene introdotto dalla preposizione de [de] ‘di’ (o Carlo o l’é o ciù bravo de tutti [u ˈkaːrlu u l ˈe u ˈtʃy ˈbraːvu de ˈtyːtˑi] ‘Carlo è il più buono di tutti’) o, anche da tra [tra] ‘tra’ o fra [fra] ‘fra’ (fra tutti, o l’ea o ciù grande [fra ˈtytˑi u l ˈeːa u ˈtʃy ˈɡraŋde] ‘tra tutti era il più alto’). Per il superlativo relativo col doppio articolo cfr. IV.23. Nell’uso parlato, con i nomi comuni, gli avverbi possono precedere il nome invece dell’aggettivo: a ciù cösa bella l’é che no ceuve [a ˈtʃy ˈkɔːsa ˈbɛlˑa l ˈe ke nu ˈtʃøːve] ‘la cosa più bella è (il fatto che) non piove’.

  3. Il superlativo assoluto indica la massima intensità di una qualità o concetto, proposta senza istituire paragoni di sorta. Esso è espresso col suffisso ⟨-iscimo⟩ (⟨-iscima⟩, ⟨-iscimi⟩, ⟨-iscime⟩) aggiunto in luogo della desinenza normale all’aggettivo di grado positivo: o Carlo o l’é braviscimo [u ˈkaːrlu u l ˈe braˈviʃimu] ‘Carlo è buonissimo’.

  4. Di regola, esprimono il superlativo assoluto solo gli aggettivi che esprimono una quantità che può essere accresciuta o diminuita; gli aggettivi il cui significato è molto preciso e circoscritto presentano il solo grado positivo.

  5. L’uso del suffisso ⟨-iscimo⟩ è attestato fin dalle origini dell’idioma ed è comune e diffuso, ma accanto ad esso, vi sono altre forme, più popolari, di esprimere il massimo grado di intensità di un aggettivo.

  6. I. L’aggettivo di grado positivo viene accompagnato da un avverbio di quantità (tanto [ˈtaŋtu] ‘tanto’) o qualificativo (ben ben [beŋ ˈbeŋ] ‘molto’, fòrte [ˈfɔːrte] ‘fortemente’), o da altre espressioni avverbiali: che de ciù no se peu dî [ke de ˈtʃy nu se ˈpøː ˈdiː] ‘oltre ogni dire’, comme tutto [ˈkumˑe ˈtytˑu] ‘oltre misura’, un muggio [iŋ ˈmydʒˑu] ‘parecchio’, e così via: seguo ch’o l’é brutto fòrte [seˈɡyːu k u l ˈe ˈbrytˑu ˈfɔːrte] ‘certamente è bruttissimo’, sta seia son ben ben stanco [sta ˈsejˑa ˈsuŋ beŋ ˈbeŋ ˈstaŋku] ‘stasera sono molto stanco’, ‘sono stanchissimo’, o l’ea contento comme tutto [u l ˈeːa kuŋˈteŋtu ˈkumˑe ˈtytˑu] ‘era contento oltre ogni dire’, ‘era contentissimo’, sta canson a l’é un muggio bella [sta kaŋˈsuŋ a l ˈe ŋ ˈmydʒˑu ˈbɛlˑa] ‘questa canzone è assai bella’, ‘è bellissima’.

  7. II. L’aggettivo viene accompagnato dall’altro aggettivo bello [ˈbɛlˑu], che in questo caso ha valore avverbiale ‘molto’ o ‘completamente’: o l’ea bello contento [u l ˈeːa ˈbɛlˑu kuŋˈteŋtu] ‘era contentissimo’; sta montagna a l’é bella erta [sta muŋˈtaɲˑa a l ˈe ˈbɛlˑa ˈɛːrta] ‘questo monte è altissimo’.

  8. III. L’aggettivo viene ripetuto per intensificarne il significato: emmo sentio un crio fòrte fòrte [ˈemˑu seŋˈtiːu ŋ ˈkriːu ˈfɔːrte ˈfɔːrte] ‘abbiamo udito un grido fortissimo’.

  9. IV. Molti aggettivi e locuzioni conferiscono un valore superlativo all’aggettivo al quale vengono apposti: imbriægo perso [iŋˈbrjɛːɡu ˈpɛːrsu] ‘ubriaco fradicio’, bon comme o pan [ˈbuŋ ˈkumˑe u ˈpaŋ] ‘buono come il pane’, grammo comme l’aggio [ˈɡramˑu ˈkumˑe l ˈadʒˑu] ‘cattivo come l’aglio’, zoeno comme l’ægua [ˈzweːnu ˈkumˑe l ˈɛːɡwa] ‘giovane come l’acqua’, vegio comme o cucco [ˈveːdʒu ˈkumˑe u ˈkykˑu] ‘vecchio come un cuculo’, e così via. Analoga funzione è svolta dalla ripetizione dell’aggettivo intensificato dal prefisso ⟨stra-⟩, peraltro di uso raro: sto pan o l’é vegio e stravegio [stu ˈpaŋ u l ˈe ˈveːdʒu e straˈveːdʒu] ‘questo pane è vecchio e stravecchio’.

  10. V. Alcuni avverbi attribuiscono all’aggettivo qualificativo una intensificazione affine al grado superlativo: davei [daˈvej] e pe ‘n davei [pe ŋ daˈvej] ‘davvero’, pròpio [ˈprɔpˑju] ‘proprio’.

  11. VI. L’aggettivo risulta intensificato in frasi consecutive sospese o enfatiche, come eo (mai) tanto contento che basta [ˈeːu (ˈmaːi) ˈtaŋtu kuŋˈteŋtu ke ˈbasta] ‘ero così contento che non saprei dire quanto’; mai bello! [ˈmaːi ˈbɛlˑu] ‘com’è bello!’; o l’é mai tanto de quello brutto... [u l ˈe ˈmaːi ˈtaŋtu de ˈkwelˑu ˈbrytˑu] ‘è così brutto...’, ecc.

Comparativi e superlativi organici

  1. Analogamente ad alcuni avverbi, certi aggettivi formano il comparativo di maggioranza e superlativo da una radice diversa rispetto a quella del grado positivo. Accanto a queste forme, dette organiche, essi conoscono però anche le forme regolari di comparativo con ciù [ˈtʃy] e di superlativo in ⟨-iscimo⟩. Le forme organiche e quelle non organiche sono equivalenti:

    • bon [ˈbuŋ] ‘buono’ (grado positivo), megio [ˈmeːdʒu] / ciù bon [ˈtʃy ˈbuŋ] ‘migliore’ (comparativo di maggioranza), o megio [u ˈmeːdʒu] / o ciù bon [u ˈtʃy ˈbuŋ] ‘il migliore’ (superlativo relativo), òttimo [ˈɔtimu] / boniscimo [buˈniʃimu] ‘ottimo’, ‘buonissimo’ (superlativo assoluto); òttimo [ˈɔtimu] ‘ottimo’ è di raro uso;

    • grammo [ˈɡramˑu] ‘cattivo’ (grado positivo), pezo [ˈpeːzu] / ciù grammo [ˈtʃy ˈɡramˑu] ‘peggiore’ (comparativo di maggioranza), o pezo [u ˈpeːzu] / o ciù grammo [u ˈtʃy ˈɡramˑu] ‘il peggiore’ (superlativo relativo), pescimo [ˈpɛʃimu] / grammiscimo [ɡraˈmiʃimu] ‘pessimo’, ‘cattivissimo’ (superlativo assoluto);

    • grande [ˈɡraŋde] ‘grande’ (grado positivo), ciù grande [ˈtʃy ˈɡraŋde] ‘maggiore’ (comparativo di maggioranza), o ciù grande [u ˈtʃy ˈɡraŋde] ‘il maggiore’ (superlativo relativo), mascimo [ˈmaʃimu] / grandiscimo [ɡraŋˈdiʃimu] ‘massimo’ (superlativo assoluto); mascimo [ˈmaʃimu] è scarsamente usato; a ‘maggiore’ corrispondeva un tempo mou [ˈmɔw], uscito oggi dall’uso.

    • piccin [piˈtʃiŋ] ‘piccolo’ (grado positivo), ciù piccin [ˈtʃy piˈtʃiŋ] ‘minore’ (comparativo di maggioranza), o ciù piccin [u ˈtʃy piˈtʃiŋ] ‘il minore’ (superlativo relativo), minimo [ˈminimu] / picciniscimo [pitʃiˈniʃimu] ‘piccolissimo’ (superlativo assoluto); minimo [ˈminimu] viene scarsamente usato.

    • tanto [ˈtaŋtu] ‘molto’ (grado positivo), ciù [ˈtʃy] ‘più’ (comparativo di maggioranza), o ciù [u ˈtʃy] ‘il più’ (superlativo relativo), o ciù [u ˈtʃy] ‘il più’ (superlativo assoluto).

  2. Nel superlativo relativo o megio [u ˈmeːdʒu] ‘il migliore’ e o pezo [u ˈpeːzu] ‘il peggiore’ possono essere rafforzati da ciù [ˈtʃy] ‘più’: o l’é o ciù megio de tutti [u l ˈe u ˈtʃy ˈmeːdʒu de ˈtytˑi] ‘è il migliore di tutti’; o l’é o ciù pezo libbro ch’agge mai lezzuo [u l ˈe u ˈtʃy ˈpeːzu ˈlibˑru k ˈadʒˑe ˈmaːi leˈzyːu] ‘è il libro peggiore che abbia mai letto’.

  3. Il superlativo assoluto di piccin [piˈtʃiŋ] ‘piccolo’ viene solitamente reso attraverso l’uso di suffissi diminutivi (piccininetto [pitʃiniˈnetˑu], piccinin [pitʃiˈniŋ]), che intensificano il significato dell’aggettivo. Il superlavito assoluto di bon [ˈbuŋ] ‘buono’ e grammo [ˈɡramˑu] ‘cattivo’ può anche essere reso con le forme o ciù megio [u ˈtʃy ˈmeːdʒu] ‘il migliore in assoluto’ e o ciù pezo [u ˈtʃy ˈpeːzu] ‘il peggiore in assoluto’.