Consiglio per il patrimonio linguistico ligure

Consiglio ligure

Anton Giulio Brignole Sale (1605–1665)

Presentazione a cura di Alessandro Guasoni.

Anton Giulio Brignole Sale apparteneva a una delle più potenti famiglie della Repubblica; nato nel 1605 e deceduto nel 1665, pensatore, poeta, commediografo e uomo politico, sostenitore di una maggiore autonomia della Repubblica verso la Spagna. Nella seconda parte della sua vita, dal 1649, rinunciò a tutti gli incarichi politici e prese gli ordini sacerdotali, finendo per divenire gesuita nel 1652. Autore di commedie plurilingui, I due anelli simili e Li comici schiavi, secondo l’uso del tempo, vi trasfuse la sua vena satirica e polemica. In un’opera come Li comici schiavi ci possiamo imbattere nella maschera genovese del Caporale Berodo, il soldato smargiasso che si produce in incredibili vanterie, destinato ad essere puntualmente beffato, antesignano di altre maschere liguri, come Barudda e Monòdda, popolani rissosi e confusionari.

Da Li comici schiavi

Il teatro comico del Seicento era spesso plurilingue e di solito ogni personaggio era una maschera, caratterizzata da un diverso dialetto. Il personaggio più amato dal pubblico genovese era il Caporale, il soldato fanfarone, che finisce sempre per fare delle brutte figure. Quando però le commedie venivano rappresentate fuori Genova, la parte del Caporale. o delle altre maschere genovesi, era tradotta in italiano o addirittura soppressa, ciò a causa sia delle allusioni politiche localistiche di cui le tirate del Caporale erano farcite, sia ancora per i giochi di parole e doppi sensi, che piacevano ai genovesi di allora, ma che al di fuori di Genova erano incomprensibili. Ciò spiega anche la nessuna popolarità del teatro genovese e delle sue maschere nel resto d’Italia, a tutt’oggi ignorati.

CAPORÂ: Son un mercante de frixi, son un recamao de morri, son quello chi dà l’avviamento all’hospià, chi fà despachià re barrì da oeurio dro Napolitan, chi scarlassa miegio ra barba à ri mangia ferro con queste sinque ongie che no fà unn’atro con un petene noeuo, son ro conzoro de tutti ri patè, ma per divene unna chi ne và sento: son ro Capoà Berrodo! Me n’andava n’è ancon gueri lì pe ra strada fazzando ri cointi d’unna man de strallere che haveiva da dà; gh’era lavaggio in miezo e me scontro da ra banda con un bell’immò; o se ferma, mi me fermo; à miezo, o me dixe; e ro miro cossì à ra loesca e diggo: Che dìvo? O no fà atro: solo chiaff , o te me lascia andà un ganascion riondo; mi no diggo ninte, no, passo à miezo, e tiro innanti; sento che ri butteghè me rian approeuo, e me ven in fantasia che ghe poere, che me sè lassiòu fà un po de soreento! Eh, signori, chi m’avesse visto! Vegno de mille coroi, traggo foeura Castigamatti, torno in derré, te ghe casso unna tenaggia cossì intro collo, e con un reverso te ghe taggio ro naso netto, con tanta furia che sgorando de posta o zè à dà dra pointa int’un oeuggio à Siprian Orzeise, ro messo, chi era lonzi da mi sinquanta passi, e te l’ha inguerzio. M’han dito che questo chi me va sercando; mi no ve mando à dì: se Vostra Maiestè no ghe remedia e ro batterò chiù che no se batte ro stochefisce, ghe farò chiù taggi sciù ro morro, che no n’ha un seppo viegio de maxellà, ghe darò tanti pointapié intra panza, che ri scopassoin ghe saveran de succaro, e ghe cazzerò unna man intro comperdon, che l’inverserò com’unna cazetta, e lì farò un zemin ch’anderemmo intro sangue fin à ro zenoggio, ve ro diggo!

Traduzione italiana

CAPORALE: Sono un mercante di ferite, sono un ricamatore di grugni, sono quello che dà lavoro all’ospedale, che fa vendere i barili d’olio del napoletano, che carda meglio la barba ai bravacci con queste cinque unghie di quanto non vi riesca un altro con un pettine nuovo, sono la consolazione dei venditori di tessuti; per dirvene una che ne vale cento, sono il caporale Sanguinaccio. Or non è molto, me n’andavo per la mia strada facendo i conti d’una mano di staffilate che dovevo dare; c’era fango in mezzo alla via e mi scontro, a destra, con un bel tomo. Si ferma, mi fermo. Levati di mezzo, mi dice. Io lo guardo così in cagnesco, e faccio Ma che dite? Non dice altro: solo ciaff mi lascia andare un ceffone coi fiocchi. Io non dico niente, passo in mezzo alla strada, e tiro innanzi; sento che i bottegai mi ridono dietro e mi viene l’idea che forse gli pare che io mi sia fatto mettere i piedi addosso. Eh, signori, chi m’avesse visto! Divento di mille colori, tiro fuori la Castigamatti, torno indietro, gli caccio la mia mano a tenaglia così nel collo e con un fendente gli taglio il naso di netto, con tanta furia che di volo andò a colpire con la punta l’occhio di Cipriano Olcese, il messo, che era lontano da me cinquanta passi, accecandogli un occhio. Mi hanno detto che ora lui mi va cercando; io non ve lo mando a dire: se Vostra Maestà non vi rimedia, lo dovrò battere come lo stoccafisso, gli farò più tagli sul muso di quanti ne abbia un vecchio ceppo da macellaio, gli darò tanti calci nella pancia, che gli scapaccioni gli sembreranno zucchero, gli caccerò una mano nel conlicenza e lo rivolterò come una calza, e lì farò uno stufato tale che andremo nel sangue fino alle ginocchia, ve lo dico io!

Da I due anelli simili

Le altre due maschere caratteristiche genovesi, che ritornano sempre nel teatro del Seicento e che sono arrivate, con varianti, quasi fino a-i nòstri giorni nei corsi mascherati di Carnevale, erano il vecchio lussurioso e avaro con la servetta giovane e maliziosa che lo respinge sempre. Il Brignole Sale riprende i due personaggi nella sua commedia I due anelli simili e li fa esprimme con tutta la vivacità e il brio necessari alla situazione. In questa scena, il vecchio Pasquale chiede alla sua figlioccia Bianchinetta di sposarlo, per evitare di pagare la dote ad un eventuale pretendente.

Pasquâ: […] Guarda, Gianchinetta, mi no vorrè che te vegnisse vuoggia de quarche foento cresciuo, perché un de questi che passao re primme fite o te begudereiva quanto ti è pe re taverne e per zugà, o no te lassereiva manco ra camixa indosso, tanto che bezugnereiva che ti t’arrecomandassi à ri vexin pe quarche arneize da crovite. All’incontra, un ommo za reposao, tignerè ro cervello à ra buttega, o no te spremesserè ra roba, o te contentereiva dro devei e un poco manco assì, o no te sarè sempre adosso con mare parolle e ri pezoì feti.

Gianchinetta: Me pà che m’aggiè feto giusto un retreto dra bonn’anima de mè poere grande. Veramenti me crao che con un ommo de questa menna avereiva unna vitta reposà e che porrè dormì de bon suonno, perché o me darè pochi ascadi. Ma per divera, mi n’ho gueri basta de mammordi marotti.

P.: Cose uò dì marotto? Uoggio dàtero chiù san che un pescio! Ti te crei che tutti ri vegi sen sciarappatè? Oh, quanti ne cruove quelli cagnoretti, quelle imbottiure, quelle porpe a postizzo! Mi no so tente cose, ma veggo che se chieiga chiù facilemente un legno verde che un secco.

G.: Sì, ma metteiro un pò intra braxa e veirei ch’o se consumma subbito!

P.: Mira chì mi, non me sa za chiù ra bocca de lete!

G.: Me ro crao, no ne saveisela chiù de pangrattao (perché o no pò mangià atro)

P.: E pù ti sè se son san.

G.: (Sì, comme ri fonzi, c’an re gambe camoè e re cappelle goaste)

P.: Desposto dra vitta che me sento chiù lengié che unna chiumma.

G.: (O pò ese lengiè quant’o vuè, che mi no ro porterò moè)

P.: Vegni chì, per n’avei da desborsà nì duotta nì atri, vuotto che se piggemmo noì doì?

G.: Pre cose?

P.: Pre mario e moggiè.

G.: Chi?

P.: Ti e mi.

G.: Voì comme voì?

P.: Mi comme mi in carne e in osse.

G.: Ao, bello vegin d’oro! V’arregordao quande me ballavi su re zenoggie? Vorei che ve fasse caro, che ve tire un pò ra barba?

P.: Sì, ra mè bella poponetta, femmo un pò quinto che sen tornè quelli tempi, lassame un pò chioccà re maschette, làsciamete un pò dà quattro pattette. Vuotto che te fasse fà un pò ra nanna?

G.: Sì, davei, e cantème quella canzon chi se dixe che l’é doró chi n’à fin nì fondo, zóvena ch’aggie un vegio per marìo.

Traduzione italiana

Pasquale: […] Guarda, Bianchinetta, io non vorrei che ti venisse voglia di qualche bamboccione, perché uno di questi, che passati i primi ardori ti sprecherebbe quanto possiedi nelle taverne, non ti lascerebbe nemmeno la camicia indosso, tanto che bisognerebbe che ti raccomandassi ai vicini per qualche arnese da coprirti. Invece, un uomo già posato, terrebbe il cervello alla bottega, non ti sciuperebbe gli averi, ti accontenterebbe il giusto e anche un po’ meno, non ti sarebbe sempre addosso con cattive parole e peggiori fatti.

Bianchinetta: Mi pare che mi abbiate fatto giusto il ritratto della buon’anima di mio nonno. Veramente credo che con uomo di tale genere avrei una vita riposata e che potrei dormire di buon sonno, perché mi darebbe poche preoccupazioni. Ma per dirvela, ne ho davvero abbastanza di rimbambiti ammalazzati.

P.: Che vuol dire malato? Voglio dartelo più sano di un pesce! Credi che tutti i vecchi siano malandati? Oh, quanti ne coprono quegli artifizi, quelle imbottiture, quelle polpe posticce! Io non so molte cose, ma vedo che si piega più facilmente un legno verde che uno secco.

G.: Sì, ma mettetelo un po’ sulla brace e vedrete che si consuma subito!

P.: Guarda me, qui, la bocca già non mi sa più di latte!

G.: Lo credo, sa solo di pangrattato (perché non può mangiare altro).

P.: Eppure sai se sono sano.

G.: (Sì, come i funghi, che hanno le gambe tarlate e i cappelli guasti)

P.: Sulla mia vita, che mi sento più leggero di una piuma.

G.: (Può essere leggero quanto vuole, che io non lo porterò mai)

P.: Vieni qui, per non dovere sborsare né dote né altro, vuoi che ci pigliamo noi due?

G.: Per cosa?

P.: Per marito e moglie.

G.: Chi?

P.: Tu e io.

G.: Voi come voi?

P.: Io come io in carne e ossa.

G.: Ehi, bel vecchino d’oro! Vi ricordate quando mi facevate ballare sulle ginocchia? Volete che vi faccia le carezzine, che vi tiri un po’ la barba?

P.: Sì, mia bella bamboccina, facciamo un po’ conto che siano tornati quei tempi, lasciami un po’ che ti dia un pizzicotto alle guanciotte, lascia che ti dia quattro schiaffettini. Vuoi che ti faccia fare un po’ la nanna?

G.: Sì, davvero, e cantatemi quella canzone che dice che è dolore che non ha fine né fondo, ragazza che abbia un vecchio per marito.

Ra donna interessà

Sembra che il Brignole Sale abbia scritto anche qualche poesia comica, di cui questa, piena di doppi sensi e allusioni erotiche o dotte come le tirate del Caporale a teatro, e dedicata a una sua amante troppo esosa, costituisce un esempio.

Miè cuoe vorrè savei
ro vostro bon parei
de questo dubio che mi ben no intendo
se m’amè perché v’ammo o perché spendo.

Voì sempre m’astronè
che per me amò bruxè
ma se senza dinè vegnì prezummo
me pà che questo foego vagghe in fummo.

Sì che questo no è affetto
ma ciù tosto deffetto
perché da cose veggo e cose sento
innamorà sei sì, ma dell’argento.

E cangiè ra grammatica
in unna noeua prattica
no và ro genitivo e ro dativo
ma ro dativo e puoe ro genitivo.[1]

Ve pà cosa divinna
ogni voxe argentinna
e ciascun ve fa vegnì in ira
quando o no vuoe sunà solo da lira.

Voi sei quella promera
con tre carte a ra chiera
che per quanto sen tutte strasegnè
con picche coppe e scioì ghe vuoe dinè.

Sei quello pappagallo
chi parla per regallo
ma che o parle zeneise, grego, o moro
ogni quattro parolle o cianma Loro.[2]

Spesso me son propposo
dave in man ro Furioso
ma assè presto m’havei signifficou
che vorrei leze primma intro Donou.[3]

Se de corre ra posta
quarcun ve fa proposta
s’o non ha speroin d’oro, meschinasso,
non arriverà moè a ò Paise Basso.

Con ro vostro sunà
con ro vostro ballà
voi vorrei dì à chi non sa o mesté
se non mennè re muoen, mennè ri pè.[4]

Sei unna bella marinna
ma de tempeste pinna
che chi un’ancora d’oro da caraghe
drizza o vascello e fà veira dre braghe.

De pesci da pezigo
ghe vuoè pescà un amigo:
perché care ghe costan re carè
pagai dì à re menoe, à oggiè orè.[5]

L’oro infin l’è ra lanza
ch’usavan pe ra Franza
ch’a fava, fusse in man de chi se sè,
andà Marfisa là a gambe levè.[6]

Donca se semmo insemme
no ve stè sempre à spremme
con dime ro me cuoè, ro mè tesoro
dime in cangio miè rollo, e mè scuo d’oro.

Voeggio che sei me cara
ma non me costè cara
perché in abbaco à dira chi tra noi
non so s’amasse ciù sommà, ò partì.[7]

Donca, l’annima mè,
s’orrei che v’amme assè
e che un vostro servixo muoè sè stanco
ameme ciù ma domandeme manco.

Traduzione italiana

Mio cuore, vorrei sapere
il vostro buon parere
su questo dubbio che bene non intendo
se mi amate perché vi amo o perché spendo.

Voi sempre mi assordate
che per mio amor bruciate
ma se senza denar venir presumo
mi par che questo fuoco vada in fumo.

Sicché questo non è affetto
ma piuttosto difetto
perché da ciò che vedo e ciò che sento
siete sì innamorata ma dell’argento

E cambiate la grammatica
in una nuova pratica
non vale il genitico ed il dativo
ma il dativo e poi il genitivo.[1]

Vi par cosa divina
ogni voce argentina
e ognuno vi fa venire in ira
quando non vuol suonare sol la lira.

Voi siete quella primiera
con tre carte al viso
che per quanto siano tutte strasegnate
con picche, coppe e fiori ci vogliono denari.

Siete quel pappagallo
che parla per regalo
ma che parli genovese, greco, o arabo
ogni quattro parole chiama «Loro».[2]

Spesso mi sono proposto
darvi in mano il "Furioso"
ma assai preso mi avete fatto capire
che volete leggere prima nel «Donato».[3]

Se di correr la posta
qualcun vi fa proposta
se non ha speroni d’oro, poveretto,
non arriverà mai al Paese Basso.

Con il vostro suonare,
con il vostro ballare
voi volete dire a chi non sa il mestiere
se non menate le mani, menate i piedi.[4]

Siete un bel mare
ma pieno di tempeste
chi ha un ancora d’oro da calarvi
rizza il vascello e fa vela dei suoi pantaloni.

Pesci minuti
vuol pescarne un amico:
perché care gli costano le calate
chiamate pagari le menole, le occhiate orate.[5]

L’oro infine è la lancia
che usavano là in Francia
che faceva, fosse in mano di chicchessia,
andare Marfisa là a gambe levate.[6]

Dunque se stiamo insieme
non vi state a spremere
per chiamarmi cuor mio, mio tesoro
chiamatemi invece mia nota spese, mio scudo d’oro.

Voglio che mi siate cara
ma non costatemi cara
perché in matematica, resti fra noi,
non so se si accumuli di più a sommare, o a dividere.[7]

Dunque, anima mia,
se volete che vi ami molto
e che di un vostro servizio mai sia stanco
amatemi di più, ma chiedetemi di meno.

[1] Nella grammatica latina il caso genitivo precede il dativo. L’autore vuol dire che con questa donna si deve essere pronti a dare, prima di usare i «genitali».
[2] «Loro» è il classico nome del pappagallo; in questo caso richiama il nome dell’«oro».
[3] Il «Donato» è una classica grammatica latina. A questa donna piace prendere in mano il «Donato», prima del «Furioso»…
[4] «se non menate le mani (pe tirar fuori soldi), potete anche menare i piedi (per andarvene)».
[5] i «pagari» fanno pensare all’atto di «pagare»; le «orate» richiamano la parola «oro».
[6] Marfisa è una donna guerriera dei poemi cavallereschi francesi; in questo caso, per mandarla «a gambe levate», la «lancia» dev’essere fatta d’oro.
[7] «non so se si ammassa di più a sommare (stare assieme), o a dividere.»