Consiglio per il patrimonio linguistico ligure

Consiglio ligure

Usi ufficiali della lingua genovese nei secoli XIV e XV

Presentazione a cura di Alessandro Guasoni.
Biagio Assereto
Biagio Assereto in un ritratto di Elettra Deganello.

Nel Trecento e nel Quattrocento si diffonde l’uso del genovese anche nei documenti ufficiali: il Comune dà istruzioni politiche in genovese ai suoi incaricati e diplomatici all’estero e manda lettere a regnanti ed altre personalità al di fuori dello Stato, come nel caso della lettera di istruzioni a Sicurano in missione presso il re di Cipro, o come le proposte al re d’Ungheria per un’alleanza contro i veneziani. È anche il caso del Trattato con il Khan dei Tartari, dove viene stabilito come devono essere regolati i rapporti tra i «Franchi» (gli occidentali) e i Tartari stessi. Il genovese era, a quei tempi, una lingua franca, utile per i rapporti tra Oriente e Occidente, e Genova esercitava una sorta di protettorato e patronato sugli occidentali nel loro trattare con gli orientali.

Trattato con il Khan dei Tartari (1380–81)

In nome de dee posselo esse amen. Cum la grazia de lo Imperao Ellias segnò fijo de Inach Cototoloboga seando mandao per segnò in Sorcati e sum lo povo de la ysora de Sorcati per acresse la amistay e lo amò, quela amistay che avean li Franchi cum li Imperaoi passai, voiando Ellias Bey far lo comandamento de lo Imperao, questi pati e conventioin a faito como Ellias Bey Segnò de Sorcati cum comandamento de lo Imperao, si como meso de lo Imperao. e como so mesaygo quando ello vegne cum lo so paysan, de lo Imperao e a so nome, si como segnò de Sorcati da unna parte, Messe Janum de Boscho consoro de Caffa e de tuti li Zenoysi chi stam ne la ysora de lo Imperao a nome de lo grande Comun e messe Bernardo Rizo e messe Theramo Pichenoto sindichi e massay de lo Comun in Caffa per lo comun cum comandamento de lo grande Comun davanti li consejé de Caffa, anchora cum vorentay de queli dala atra parte, pati an faito a nome de lo grande comun e si an zurao in questa maynera […] Anchora se obliga Ellias Bey che chi se spaiha per zenoeyse chi e in lo Povo chi ge apperten e in lo terren de lo Imperao possa semena, lo so bestiame e le soe massarie possan anda e eli pageran lambar de lo Imperao, e tuti li mercanti chi van e vennen sum lo terren de lo Imperao, seram seguri e a quelli usanse nove no se fara. Anchora sihavo ne sihava se de Caffa fuzira e in Sorcati andera e de Sorcati in Caffa fuzira se deia rende, trentacinque asperi de troveyre se prenda e no pu. Se li homi de lo Imperio averan questium ni a di ni a fa arcunna cossa cum li Franchi, messè lo consoro gi faça raxun in la soa maynera […]

Traduzione italiana

[Ciò che segue] possa essere in nome di Dio, amen. Per grazia dell’Imperatore Ellias signore, figlio di Inach Cototoloboga, essendo stato mandato quale signore in Solcati e sul popolo dell’isola di Solcati per accrescere l’amicizia e la benevolenza, quella amicizia che avevano i Franchi con gli imperatori del passato, volendo Ellias Bey eseguire l’ordine dell’Imperatore, sia quale messo dell’Imperatore, e come suo messaggero quando venga con il suo concittadino, dell’Imperatore e a suo nome, sia come signore di Solcati da una parte, Messer Giovanni Bosco console di Caffa e di tutti i Genovesi che stanno nell’isola dell’Imperatore a nome del grande Comune e messer Bernardo Rizzo e messer Teramo Piccinotto sindaci e massari del Comune in Caffa per il comune con ordine del grande Comune davanti i consiglieri di Caffa, anche con volontà di quelli dall’altra parte, hanno stretto patti a nome del grande Comune ed hanno giurato in questa maniera […] Inoltre si obbliga Ellias Bey che chi si dichiara genovese, quando è fra il popolo che gli appartiene e nella terra dell’Imperatore, possa seminare, possano andare il suo bestiame e le sue masserie ed essi pagheranno imposte all’Imperatore, e tutti i mercanti che vanno e vengono sul terreno dell’Imperatore, saranno sicuri e a costoro non si imporranno usanze nuove. Inoltre, se da Caffa fuggirà schiavo o schiava e andrà a Solcati o da Solcati a Caffa fuggirà, si dovrà restituire, si prenda trentacinque «asperi» di ricompensa e non di più. Se gli uomini dell’Impero avranno questione circa il dire o il fare qualcosa con i Franchi, messere il console renda loro giustizia, secondo la loro usanza […]

Lettera di Biagio Assereto dopo la battaglia di Ponza (1435)

Famosissimo documento storico e linguistico è la lettera relazione di Biagio Assereto, comandante della flotta genovese, scritta dopo la «sanguinosa battaglia» di Ponza e destinata tra gli altri (in traduzione italiana) a Filippo Maria Visconti, allora signore della Liguria. Che l’artefice della straordinaria vittoria contro due re, un viceré, un principe e «un’infinità di altri baroni, cavalieri e gentiluomini» fosse un notaio e uomo politico prestato alla guerra, e non un ammiraglio o un soldato, è un fatto che colpì l’immaginazione di tanti, letterati, storici, e uomini politici: dal Foglietta e il Cigala, allo Spotorno, ai regionalisti liguri della fine dell’Ottocento, al D’Annunzio, per i quali la battaglia vinta dall’Assereto rappresentava la rinascita e la rivincita del popolo genovese – o italiano, a seconda delle sfumature politiche – e della borghesia contro i nobili e i potenti, oltre tutto stranieri. Lo scritto è inquinato con vari italianismi, e non troppo significativo in fatto di lingua, ma possiede un valore più che altro documentale.

[…] Noi fummo li primi investii dalla nave dello Re e tre altre nave, e mise lo balaó onde ghe piaxé in ro scaraó de proa, fommo, con catene e prelunghe, amorosamente, habiando de poppa un atra nave e da l.atro lao un.atra, et a proa un.atra. Non pensai che li nostri compagnoin e patroin fogissano; ma monto tosto fommo elli e noi tutti lighé e incatené inseme amorosamente; erano le galee soe da le coste, refrescando le loro navi e tirandone re lo navi adosso onde ghe piaxea, però che era la grandissima carma.

Finarmente lo Altissimo de noi, dalle hore 12 sino alle 22, senza intervallo né reposo, habiando respetto alla giustitia, ne dè vittoria. Primamente che la nave de Re la quà noi presemo e così all.altre nostre co navi undexe, sì che insemme son restae nave XII dell.armà del Re et una galea soa bruxà et un.altra si fondò abandonà da elli; due navi delle soe galee fur levae dalla battaia et son scampae per portà la novella.

Son romaxi prexoin ro Re d.Aragona e lo Re de Navarra, ro Ministro de S.Iacopo, ro Duca de Sessa, ro Principe de Taranto, ro Viceré di Sicilia et infinità altri Baroim, Cavalieri er Zentilomini co Meneguccio de l.Aquila, la Capitana de 300 lanze, e ri prexoin sono migiara de miriuoin, avisando la Magnificienza et Reverenzia Vostra che eran sun queste navi homini d’arme mille, come sarè avisà a quando avesimo più spacio per conforto de tutti voi […]

Traduzione italiana

[…] Noi fummo i primi investiti dalla nave del Re e da tre altre navi; misero gli scalandroni al corridoio di prua dove gli piacque; fummo con catene e prolunghe avvinti alla loro nave, avendo di poppa un’altra nave e dall’altro lato un’altra, ed a prua un’altra. Non pensiate che i nostri compagni e capitani fuggissero, ma molto presto fummo loro e noi tutti legati e incatenati assieme e avvinti; erano le loro galee dalla parte della costa e rifornivano le navi di uomini, rimorchiandole contro di noi come meglio potevano, poiché v’era grandissima bonaccia.

Infine, il nostro Altissimo, dalle ore 12 alle ore 22, senza intervallo né riposo, con rispetto alla giustizia, ci diede vittoria. Prima di tutto, prendemmo la nave del Re e così alle altre nostre con navi undici, sicché insieme sono rimaste dodici navi della flotta del Re ed una sua galea bruciò ed un’altra affondò abbandonata da loro; due navi delle sue galee furono tolte dalla battaglia e scamparono per portare la notizia.

Rimasero prigionieri il Re d’Aragona ed il Re di Navarra, il Ministro di S. Giacomo, il Duca di Sessa, il Principe di Taranto, il Viceré di Sicilia ed una infinità di altri baroni, cavalieri e gentiluomini, con Meneguccio dell’Aquila, la Capitana di 300 lance, e i prigionieri sono migliaia, avvisando la Magnificenza e Riverenza Vostra che su queste navi vi erano mille uomini d’arme, come sarete informato con più agio a piacere di tutti voi […]